monaci in rivolta. La Cina accusa il Dalai Lama, che chiede stop a uso forza
Fiamme nei mercati della città, accerchiati 3 monasteri. Alcuni testimoni: abbiamo sentito colpi d’arma da fuoco
LHASA(Tibet) – Alta tensione in Tibet, dove è degenerata la protesta anticinese di centinaia di monaci buddisti: Lhasa è in fiamme. Negozi e automobili delle forze dell’ordine sono stati bruciati, centinaia di persone si sono unite alla protesta dei monaci contro il governo cinese iniziata lunedì scorso. Secondo quanto riferiscono le agenzie di stampa internazionali, citando fonti sanitarie, ci sarebbero anche «diverse vittime». Alcune emittenti asiatiche e il network Usa Cnn parlano di due morti accertati. L’agenzia Nuova Cina aveva parlato di «feriti che sono ricoverati in ospedale» senza fornire altri dettagli. Le autorità locale, nominate da Pechino, accusano «la cricca del Dalai Lama». Ma dal mondo occidentale si leva la protesta contro la repressione militare ordinata dal governo cinese. Il Dalai Lama ha chiesto di interrompere l’uso della violenza. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha rivolto un appello a tibetani e cinesi per «evitare scontri e violenze».
LE CARICHE DELLA POLIZIA – Testimoni raggiunti telefonicamente dalle agenzie di stampa affermano che la polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono sentiti degli spari. «C’è fumo dappertutto e si sentono colpi d’ arma da fuoco» ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un grande tempio nel centro della capitale. E di spari hanno parlato anche cittadini americani, come ha riferito l’ambasciata Usa a Pechino.
MONASTERI ACCERCHIATI – I tre principali monasteri buddisti della città sono stati accerchiati da migliaia di soldati e i monaci di Sera, il secondo monastero della regione, hanno cominciato uno sciopero della fame. Due monaci di Drepung sono in condizioni critiche dopo aver tentato il suicidio tagliandosi le vene. Lo ha riferito Radio Free Asia, un’emittente finanziata dagli Stati Uniti. Ma dopo l’assedio dei monasteri le proteste sono esplose e hanno raggiunto un livello che non era mai stato registrato negli ultimi 20 anni in questa regione nel nord-ovest della Cina. Diversi gli scontri nel mercato della città, il Barkhor. Funzionari del Partito Comunista cinese e della polizia sostengono di non avere informazioni su quanto sta accadendo a Lhasa e si rifiutano di commentare le notizie riferite da Radio Free Asia (Rfa). Secondo questa emittente molti altri monaci, oltre ai due che si sono tagliati le vene, stanno compiendo gesti di autolesionismo per protestare contro l’accerchiamento delle forze dell’ordine attorno al monastero e contro l’arresto di alcuni monaci.
IN PROTESTA DA LUNEDÌ – Le proteste sono iniziate in due monasteri di Lhasa lunedì, anniversario della rivolta non-violenta del 1959 contro l’occupazione cinese, e giovedì hanno raggiunto anche quello di Ganden, secondo Rfa e l’associazione britannica Campagna internazionale per il Tibet (Ict).
RICHIAMO DELLA CASA BIANCA – La Casa Bianca si è detta «rammaricata» per le violenze e ha richiamato la Cina al rispetto della cultura tibetana. Il Dalai Lama ha chiesto alla Cina di rinunciare all’uso della forza, in una dichiarazione fatta a Dharamsala, in India. Nella stessa dichiarazione il Dalai Lama ha detto di essere «profondamente preoccupato» per la situazione in Tibet.
«LA CRICCA DEL DALAI LAMA» – Le autorità del governo regionale del Tibet, nominate da Pechino, hanno affermato che i disordini in Tibet «sono stati orchestrati dalla cricca del Dalai Lama», ha riportato l’agenzia Nuova Cina.
ITALIANI AL SICURO – I turisti, gli studenti e i cooperanti italiani che si trovano a Lhasa sono tutti incolumi e si trovano attualmente nei loro alberghi o nella residenza per gli studenti stranieri dell’Università di Lhasa. Lo afferma l’ambasciata d’Italia in Cina, che è in contatto con i connazionali e segue la situazione costantemente, in coordinamento con l’Unità di crisi della Farnesina. E proprio la Farnesina sconsiglia ora di procedere o di organizzare viaggi in quella regione.
«BASTA REPRESSIONE» – Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema: «Quello che accade in Tibet ci preoccupa molto – ha spiegato il vicepremier -: Chiediamo alla Cina di porre fine alla repressione e di avere rispetto dei diritti dei tibetani e delle loro tradizioni». Il ministro ha poi sottolineato come «noi siamo impegnati, da tempo, per la riapertura di un dialogo tra Tibet e Cina», aggiungendo poi che «includere la Cina nella comunità internazionale è importante anche per indurla al rispetto dei diritti umani».
LA VOCE DELL’EUROPA – Anche i leader europei hanno preso posizione, chiedendo alla Cina «moderazione» nell’affrontare la situazione in Tibet. Il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, a Bruxelles per il vertice Ue, ha detto che «i leader europei hanno approvato un testo di risoluzione proposto dalla presidenza slovena». Nel testo si invita Pechino «alla moderazione e si chiede che le persone arrestate perché manifestavano per il Tibet vengano rilasciate». «Abbiamo chiesto molto chiaramente che il rispetto dei diritti umani venga assicurato – ha spiegato Kouchner. La condanna è forte e proviene dal Consiglio europeo nel suo insieme e dai 27 Paesi membri». Il comunicato, ha però precisato Kouchner «non fa riferimento alcuno ai Giochi olimpici: la Francia non è favorevole ad un boicottaggio ma la Francia può attirare l’attenzione sulla concomitanza tra i Giochi Olimpici e questa aspirazione tibetana, di cui la Cina deve tenere conto».
LA TRISTE PHOTOGALLERY DELLA GUERRIGLIA








Fonte CORRIERE
TIBET, IL GOVERNO IN ESILIO: “100 MORTI A LHASA”
PECHINO – Sono
dieci le vittime ”accertate” delle violenze di ieri a Lhasa, dove le
forze di sicurezza hanno represso una manifestazione anticinese. Lo ha
scritto l’ agenzia Nuova Cina, che aggiunge che si tratta in
maggioranza di ”businessmen”, probabilmente commercianti.
Sarebbero
invece almeno cento i morti a Lhasa secondo informazioni non confermate
provenienti dal governo tibetano in esilio a Dharamsala, nel nord
dell’India. Il governo in esilio a Dharamsala ha chiesto in un
comunicato l’apertura di una inchiesta da parte dell’ONU con l’invio
immediato di rappresentanti a Lhasa che intervengano a porre fine alle
numerose violenze cinesi che rappresentano violazioni continue dei
diritti umani. Il Primo Ministro del governo tibetano in esilio,
Samdhong Rinpoché ha poi affermato di “sperare che la Cina, che ha
messo fine nel passato al movimento democratico di piazza Tiananmen,
agisca in questa situazione con compassione e saggezza”.
Residenti
della citta’ affermano che gli stranieri non possono uscire dalle loro
residenze, in genere alberghi, mentre le strade sono pattugliate da
reparti militari con mezzi corazzati. I principali monasteri della
citta’, tra cui quelli di Sera e di Drepung, dai quali e’ partita la
protesta dei giorni scorsi, sono ancora circondati da ingenti forze di
polizia. Da ieri pomeriggio Internet e’ bloccata, aggiungono le fonti.
AUTORITA’ INVITANO ‘TEPPISTI’ A COSTITUIRSI
Le
autorita’ della Regione Autonoma del Tibet hanno sostenuto che le
vittime delle violenze di ieri sono ”innocenti cittadini” uccisi da
”teppisti” e hanno chiesto ai responsabili di costituirsi, secondo l’
agenzia Nuova Cina. Testimoni citati da Radio Free Asia affermano di
aver visto decine di vittime. Uno di loro sostiene che piu’ di venti
cadaveri sono stati caricati su camion della polizia, un altro che le
vittime potrebbero essere state fino ad ottanta. ”Ho visto due
cadaveri vicino al tempio di Ramoche, due nel giardino, due nella
tipografia del tempio di Ganden, e alcune persone che portavano cibo ai
detenuti del carcere di Drapchi hanno visto 26 cadaveri di tibetani che
venivano caricati su un veicolo nero”. Le autorita’ affermano che non
e’ stata imposta la legge marziale ma tutti i residenti interpellati
per telefono affermano di non poter lasciare le loro abitazioni e molti
ritengono che la legge marziale sia in vigore. La televisione cinese,
la Cctv, ha mostrato alcune immagini delle violenze, chemostravano
giovani tibetani che attaccavano negozi. Kang Jin Zhong, un ufficiale
dell’ esercito cinese di stanza in Tibet, ha detto all’ Ansa che ”ora
non ci sono le prove” ma ”sicuramente forze straniere sono
implicate”.